Big trouble in Little China

 – Toooooolo Ggàlo!

 – Toooooolo Ggàlo!

 Lui ripete, ma io continuo a non capire.

 Appena prima, me lo ha fatto anche leggere sul calendario. In cinese.

 E tutto perché, per educazione visto che dopodomani è Capodanno, ho chiesto che anno sarà il prossimo. Il loro anno: come dopodomani è il nostro Capodanno, il loro sarà tra un mese all’incirca. Ma come, dove siamo? In un negozio cinese, uno dei nuovi tre da poco aperti quasi simultaneamente nel mio quartiere. Perché io, nei negozi cinesi, ci sguazzo sempre volentieri.

 Mi sono sempre piaciuti tanto, i cinesi. Forti e silenziosi e sobri, così discreti da risultare quasi invisibili. E questi di seconda generazione mi piacciono ancora di più. Gli anziani, si sa, imparano mal volentieri (anche la signora dell’altro isolato mi rivolge la parola in mandarino come se io la capissi) ma i ragazzi no, capiscono e parlano perfettamente. Le ragazze, poi, spesso hanno quel delizioso accento lombardo che permette loro di arrotare e strascicare addirittura le erre… La figlia di questo qui, almeno credo sia la figlia, per esempio si chiama Elena. Sull’insegna c’è scritto “Lin”, e credo sia quello il suo nome, ma lei dice a tutti “Elena” per trarsi subito d’impaccio, soprattutto con i clienti meno istruiti, ai quali dovrebbe ripeterlo due o tre volte, il suo vero nome. E poi vuoi mettere, Elena. A differenza di sua sorella (in realtà non so se lo sia, ma mi piace pensare che sia sua sorella) Elena è alta ed ha il collo lungo, e ti guarda e ti risponde dall’alto del suo lungo collo come se tu fossi suo ospite a corte. Ah, c’è qualcuno che ci ha perso la testa. Come quel ragazzotto che sta sempre qua, e la fissa inebetito e le chiede di tutto in velocità a raffica, incominciando sempre la frase con “Elena…” e chiudendola sempre con “Eh, Elena?” E sorride. Anche Elena gli sorride, con la differenza che Elena sorride a tutti. Lui respinge l’evidenza e continua a domandare e a sorridere,  per lo più consigli su regalini per improbabili fidanzate – eh, Elena? – mentre persevera nel mangiarsela con gli occhi, la cinese più bella del mondo con il nome fasullo più bello del mondo. Eh, Elena?     

 E poi ci sono io. Che non devo sembrare tanto meno strano, visto che ho già comprato tre tubi per la doccia (non è che siano il massimo del resistente, si sfasciano abitualmente all’improvviso, ma mica ti puoi mettere a fare storie per tre euro, e poi l’ultima volta sono tornato disperato il giorno di Natale e quindi, e poi, coi cinesi storie non se ne fanno, come minimo devi essere sorridente e garbato come loro: eh, Elena?) e dopo ho comprato anche una calcolatrice che enuncia i numeri e le operazioni in mandarino mentre pigi i tasti. Non era in vendita, me la sono fatta ordinare apposta, ho detto che era per mio figlio che studia cinese, cos’altro potevo dire per non sembrare troppo stupido? La pseudosorella di Elena mi ha fatto anche il pacchetto regalo. Così adesso mica mi posso lamentare quando mi portano davanti al calendario a leggere gli ideogrammi: mio figlio studia cinese, io conosco l’oroscopo e la data esatta del capodanno, qualcosa dovrò pur capirla, no?

 Elena ha detto che questo è l’anno del gallo. Prima aveva detto della gallina, poi si è corretta, del gallo. E adesso stanno confabulando con suo padre – ma sì, diciamo che è suo padre – che si rivolge a lei per farmi spiegare che diamine vuol dire quel “Toooooolo Ggàlo!” che continua a blaterare come un pollastro strozzato. Vuol dire “il gallo d’oro”. Ecco svelato l’arcano, è l’anno della prosperità e della ricchezza, mi spiega Elena, mentre già parte il suo sorriso meccanico. Io sorrido, il suo pseudopadre mi vede sorridere e in attimo tutti e tre sorridiamo. Eh, Elena? 

 Rubano il lavoro a noi altri italiani, dicono. Se anche fosse vero, di certo lo fanno con molto stile. Anni fa, ce l’avevo io, un negozio di arte etnica, e trattavo anche prodotti artigianali cinesi. Adesso faccio il giro dei tre nuovi negozi del quartiere accaparrandomi alla bisogna ogni tipo di suppellettili e utilità per casa mia: accendini,   lampadine cololate, battelie licalicabili, giraviti con la bandiera americana sul manico… la scritta al neon portatile invece non l’ho trovata più, mi sono dovuto accontentare di un abat- jour supereconomico. Sua moglie – la moglie di questo qui dell’altro negozio, e vabbè, diciamo che è sua moglie, in effetti tutto suggerirebbe che lo è – una volta che avevo spesi la bellezza di venticinque euro mi ha fatto pure qualche centesimo di sconto, e mi ha regalato dei nuovi incensi oltre quelli che avevo appena comprato. Belli e coloratissimi, che gentile. Poi, mentre me ne stavo andando, e giuro che sarebbero stati i primi che avrei acceso una volta arrivato a casa, mi fa: “No cenzo qvefto… gioooco”. “Gioooco”. Gioco?!? Fuochi d’artificio, stelline di Natale, ecco cos’erano. E meno male che l’ho capito da solo, se no sai che spasso!

 Ora che ci sono i cinesi, dal ferramenta non ci devi andare più, nel negozio di ricambi elettrici non ci devi andare più, al supermercato non ci devi andare più, nel negozio di oggettistica e di articoli da regalo e per la casa non ci devi andare più, in cartoleria non ci devi andare più. Almeno, io non ci vado più. Voi fate come credete, a me piace la roba bella e che costa poco. Prezzi bassi e ottimo rapporto qualità/prezzo: bassi entrambi, quindi alla fine conviene. Alcuni hanno anche i commessi e le commesse italiane, e lo vedete allora che il lavoro ce lo restituiscono, nel caso ce lo avessero rubato? Ma non ancora questi tre qui vicino casa, forse più in là, se gli affari andranno bene, io glielo auguro.

 Quando non vado da Elena – che di solito è la mia prima scelta, perché è il negozio più bello e poi anche per comparare i prezzi – e quando non vado da quell’altro degli incensi che in effetti è un po’ incazzoso perché tutti gli scassano i maroni, e chissà, forse lo pensa pure di me,  vado da un altro ancora che invece è la prima scelta di mia moglie. Lei lo chiama “il cinesino”. E’ quello con la nonna – la nonna? e perché, non può essere la nonna? – che sta sempre al telefono in cinese e parla pure con noi clienti in cinese, fino a quando non arriva lui e finalmente ci capisci qualcosa. A questo, una volta gli ho spiegato la differenza tra l’euro e la lira, e per quali motivi noi italiani ci abbiamo perso nel passaggio. Non ha risposto niente, secondo me non ci ha capito niente, e se ne è stato zitto senza sorridere. I cinesi maschi non sorridono quasi mai, ma fa niente. Questo terzo negozio, la prima scelta di mia moglie, secondo me non è poi questo granché; da Elena e sorella – o cos’è – il clima, l’accoglienza, la varietà  e il livello medio della merce sono molto migliori. Eppure ogni tanto da questo qui ci trovi delle occasioni bomba. Io ci ho comprato uno zaino di tela jeans di una misura stranissima, tipo trenta litri, a metà giusta tra uno grande e uno piccolo, un compromesso introvabile. Dodici euro. E la tela non era neppure troppo macchiata. Il cartellino del prezzo era un adesivo sovrapposto, secondo me la prezzatura originale era addirittura nove o dieci. Incredibile. Cuciture possenti, zip indistruttibili, quasi sprecate per uno zaino zainetto. Una volta mi capitò la stessa cosa in Canada, ero con un amico che mi portò a far spese a Chinatown Toronto in un impressionante, gigantesco mall sotterraneo dove gli unici non asiatici eravamo io e lui. Lui è africano, quindi l’unico europeo ero io. Allora stavo cercando una borsa borsona, e ne avevo trovata una bella grande a cinque dollari canadesi, tipo quattro euro all’incirca. Non me la fece comprare, e me ne trovò una più bella a quattro dollari canadesi, tre euro, tre e euro e cinquanta, un prezzo davvero imbattibile, e quella borsa ce l’ho ancora. Mi disse che ci veniva sempre, in quel centro commerciale di asiatici per asiatici, e mi resta il sospetto che ci andasse anche perché gli piaceva guardare le ragazze cinesi. Io, tanti anni fa, una volta ci sono uscito, con una ragazza cinese, una che faceva uno stage in Italia. La portai al ristorante cinese, e mi disse che lì si mangiava di tutto fuorché cinese, e che neppure i camerieri né il padrone né i cuochi erano cinesi, e poi mi disse anche che l’Italia non le piaceva granché perché i negozi non erano tutti aperti giorno e notte e al sabato e alla domenica. A dirla tutta, neanche a me piacque tantissimo lei, la trovai un po’ scassambrella, anche se questa cosa dei negozi sempre aperti poi l’ho capita meglio e apprezzata molto tempo dopo: quando ti si rompe il tubo della doccia la mattina di Natale, per esempio. Ad ogni modo, lei torna a casa sua a Hong Kong e mi manda una bellissima audiocassetta del Teatro dell’Opera cinese; chissà ora dov’è la cassetta, chissà dove sarà ora lei. Li Ling, si chiamava, che in cantonese vuol dire “il fiore più leggiadro”. Ah però. Un mio amico imbecille le fece vedere quel giochino in cui bisogna prendere ad uno ad uno i bastoncini dal mucchio senza mai far crollare gli altri, e lei disse che non è vero che quel giochino si chiama shangai. Beh, buono a sapersi anche quello.

 Dodici euro. La federa e le tasche interne interamente di carta. Di carta sottile, quasi velina. C’è scritto in inglese “tela”, ma è tutta carta. Pazzesco. Ottimo rapporto qualità/prezzo, no? I maligni dicono che i cinesi non pagano i dazi perché l’Unione Europea li ha esentati, come è successo con l’olio dalla Tunisia. Ma io rispondo che figurati se i cinesi hanno bisogno delle nostre agevolazioni sui dazi in ingresso. E mica è quella, la loro forza. Magia cinese, come dicevano in quel vecchio film, “Grosso guaio a Chinatown”. Non l’ho ancora usato, lo zaino, appena lo metto alla prova poi vi dico.

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