Sgàiso

 sgàisoSgàiso incuneò il Cagiva con una sgommata, inchiodandolo fra una vecchia 500 decrepita ed un capannello di quattordicenni in calore. Poi smontò con fare teatrale e si avviò a culo stretto verso l’ingresso, facendosi strada in un carnaio olezzante di desideri ansiosi. L’insegna illuminata gialloverde del Gran Bar Vespero luccicava come una gigantesca sbarra elettrica antizanzare, ronzio e crepitii intermittenti inclusi, ma ciò nonostante la folla brulicante e formicolante di adolescenti e motorette non accennava a diminuire, e straripava anzi fino all’angolo dell’isolato, i frammenti delle sue mille conversazioni intervallati e a tratti cancellati dalle pugnalate di clacson ed antifurti in azione, a colonna sonora di inizio serata di uno ultimi afosi sabati baresi di settembre. Le voci intorno si perdevano rimbombando.

 – Rosa? Rosa! Meeee, ch la canosch! Vogl’ dì… non d persona, ma ‘nsomm… sacc ci è, ‘nsomm!

–  Allòr? Tuttapposto? Aieri t’avìm vist cò…

– No, no veng, aspett a Vito e se poi lui e io e ch sacc s vnìm pur nui o no…

– Cià! Comunqu ì  so’ Nicola, pe l’amice Coline, t vèd spèss qua pur’ì sto qua spèss e allòr…

 Al banco Sgàiso, visto che era solo come purtroppo spesso capitava, provò a ricordare se ci fosse per caso un qualche drink da poter ordinare che avrebbe indirizzato le donne verso di lui come succedeva con Matt Dillon; a memoria sua, però, Matt Dillon non è che ci andasse spesso al bar, non gliel’aveva mai visto fare in nessun film, perlomeno non da solo come lui adesso. E così non trovò niente di meglio da fare che rassettarsi il bavero della giubba alzato ad arte e chiedere un Coca Buton, che gli era sempre sembrata sempre una comanda piuttosto chic. Gli stivaletti pitonati a punta gli martoriavano gli alluci macerandoli in una morsa bollente, umida e appiccicosa, forse un goccio di liquore lo avrebbe sollevato da quel tormento. Ma tu vedi che cosa non bisogna fidarsi di fare… e mica te ne puoi andare in giro col chiodo sotto al braccio, Cristo, tre minuti ed era già tutto sudato, e insomma alla veneranda età di trentotto anni poi ti stufi di farti lo shampoo e la piastra tutti i giorni per tenerti i cappellacci lunghi a posto che tanto quasi neanche ci riesci più per quanto ti si vanno sfoltendo e cadendo, e ma tu capisci a me che…

– Sgàisooooo!

 Gli effetti istantanei della violenta pacca sulla spalla erano stati essenzialmente questi tre: Coca Buton schizzato dappertutto, occhialucci da sole appoggiati in fronte rovinati a terra e per finire una rabbia, ma una rabbia montante e feroce che lo fece scattare di mezzo metro sul perno del bicchiere di Coca sbattuto sul banco: questi coglioni di ragazzini non avevano un minimo di rispetto.

–  Sàaiso!!! Com’è?!?

Sgàiso squadrò dall’alto in basso il tappetto grassoccio e brufoloso abbigliato e pettinato a sua immagine e somiglianza che gli sorrideva ammiccante, e decise di ritornare al Coca residuo. Alla rabbia si era sostituita, come sempre, la depressione.

 Ma l’altro non demordeva.

 – Ué Sgà, ch la tien… ehm… nu poc d ròba? Eh?

– No. E vattìnn.

– E allòr damm ‘na sigaretta, và!

– T’sò dètt levat dai cogliòni!

 E che cazzo. Che cazzo che cazzo che cazzo. Ma che cazzo ne sa, uno di questi, di tredici anni di università, delle aule luride di Medicina, di Anatomia Patologica e delle Cliniche e.. che cazzo ne sa?!? Eh? Un po’ di rispetto, Cristo, un futuro medico e mica te lo inculi così a manate sulla spalla e dammi una sigaretta. E che cos’è…

 Le comitive si stavano accordando per andare al concerto di Rick Wakeman, e come al solito Sgàiso non aveva un cane con cui andarci. Per i ragazzi c’era la ritirata, e così si era sempre alle solite. Sempre alle solite.

 E insomma Sgàiso era davvero stufo di concludere i sabati sera a chiacchierare a pagamento colle negre della tangenziale. Ah, non che non fossero piacevoli in fondo, tutti quei discorsini in italiano sgrammaticato ed esotico, ma la tasca… La tasca destra dei jeans stracciati ai punti giusti di Sgàiso era bucata ormai da un mese, e d’altronde era proprio un mese fa che la mamma di Sgàiso si era rifiutata di lavarglieli ancora, minacciando di regalarli agli zingari che “tanto ne avrebbero bisogno”. Ah sì? E affanculo pure a loro. Ma che cazzo, qua nessuno è mai contento, come quando la mamma – lo faceva quando Sgàiso era piccolo, ora fortunatamente non più – gli imponeva di non lasciare rape e patate nel piatto perché “quei poveri bambini africani se le sarebbero mangiate con tanto piacere ”. E allora, Cristo, dalle a loro, no?! Cristo.

 Un  paio d’ore dopo, fuori dal bar l’aria si era fatta anche più soffocante che dentro. I motorini e le ragazzine si andavano diradando. Uno Sgàiso sudatissimo e alquanto alticcio scostò con un mugugno un bambinone appoggiato al Cagiva, montò e partì senza casco, diretto a tutta velocità a casa di Peppino, che, passandosi inaspettatamente una mano per la coscienza, gli aveva appena messaggiato di avere per le mani una bella troietta. E infatti all’incrocio del secondo isolato si imbatté proprio in Peppino che avanzava alla guida di quell’incredibile rudere della sua 126, insieme con altri tre imbecilli uomini che ridevano e urlavano tra fatti e ubriachi anche loro.

 Queste cose gli aprivano il cuore, a Sgaiso, e così gli sembrò proprio un bello scherzo accelerare ancora per poi fermarsi a pochi centimetri. Perciò accelererò, ma non riuscì a frenare in tempo, e così prese in pieno e sfondò la  fiancata del passeggero di quel cesso di macchina, storse la ruota anteriore del Cagiva che rovinò a terra, e cadendo anche lui si prese pure un bel colpo al ginocchio.

 Il finestrino della 126 era andato in frantumi,  provocando un taglio in faccia a quello stronzo di Rocco. Gli amici di Rocco uscirono dall’auto, alzarono da terra Sgàiso che si ispezionava i vistosi graffi del giubbotto di pelle, e mentre gli altri lo tenevano fermo, Peppino gli assestò un gran calcio nelle palle. Rocco che aveva appena sfregiato gli sputò in faccia, e uno che non conosceva disse:

– Ma tu sì propr nu chetz!”

 Sgàiso nella concitazione risputò in faccia a Peppino invece che a Rocco, e così si prese un altro calcio nei coglioni. Quello che non conosceva ruppe sul Cagiva la bottiglia di Peroni Gran Riserva Doppio Malto che teneva in mano e gli puntò un coccio alla gola. Sgàiso si liberò dalla stretta di Rocco e di quell’altro che conosceva ma che adesso non si ricordava come si chiamava, gettò a terra lo sconosciuto col coccio, lo immobilizzò col ginocchio che gli faceva male e, sudando dal dolore di palle e ginocchio, gli strappò il coccio di mano ed era quasi riuscito a ficcarglielo in bocca quando gli altri tre lo afferrarono per le spalle, lo spinsero all’indietro e subito di nuovo in avanti, sbattendogli la testa sul cofano della 126. Mentre prendevano una rincorsa più lunga per rifarlo di nuovo, arrivò la polizia. Rocco riuscì a scappare in un portone, ma quello col coccio in bocca si mise a urlare come un porco scannato e Peppino e quell’altro dissero ai pulotti che Sgàiso li aveva investiti e minacciati e picchiati.

– Ma com, ma s sim ami…

Provò a ribattere Sgàiso ancora un po’ stordito, e in ulteriore precario equilibrio causa un tacco di stivale andato.

– Ma qual amice, ma chi chetz lu canosh a ‘stu pèzz d mmerda!

 Disse sputando sangue quello che non conosceva, e in effetti non si poteva dargli tutti i torti. Gli sbirri vollero vedere i documenti di tutti, e Sgàiso i suoi non ce li aveva, perché sicuramente Rocco nella mischia gli aveva fottuto il portafogli.

 Lo scannato che non si sapeva chi era si scoprì che era un grosso delinquente che entrava e usciva dalla galera, e infatti era appena uscito, anzi avrebbe già dovuto rientrare perché era in libertà vigilata. Non era un delinquente faidaté di quelli isolati, anzi, era uno che poteva vantare molti amici sia dentro che fuori, visto che pure i poliziotti lo conoscevano bene, e lui conosceva loro. Insomma alla fine era solo Sgàiso che, chissà come mai, ancora non lo conosceva. E ‘sto delinquente scannato qua non sembrava mica preoccupato, anzi disse che bene così, aveva trovato il passaggio e chiese una sigaretta agli agenti. Quelli, che pur ben conoscendolo forse proprio per questo non molto lo stimavano, lo mandarono affanculo e lui se ne stette zitto, chissà poi che sfizio a voler fumare colle labbra e la lingua tagliate, pensò Sgàiso. I pulotti erano lenti nei loro controlli, ogni tanto si scambiavano occhiate d’intesa e scoppiavano a ridere. Probabilmente avevano bevuto o che altro. Quando però si rivolgevano al famoso delinquente non ridevano.

 Ci mise un po’ di tempo, Sgàiso, a spiegare quella storia balorda, per quanto fosse il meno sbronzo del gruppo. La testa gli faceva male parecchio, gli amici lo interrompevano e insultavano in continuazione, e comunque la pula non credette a una sola sua parola. A un certo punto, proprio nel corso di una di queste interruzioni, il delinquente, scostato dal muso il fazzoletto inzuppato col quale si tamponava, profferì gelido, spruzzando un fiotto rosso in direzione di Sgàiso:

– Nun t preoccupà, ca mò t’aggiust’io.

 Sgàiso guardò a Peppino e Peppino girò la faccia dall’altra parte. I poliziotti non dissero nulla. Poi portarono a tutti in questura, eccezion fatta per quel figlio di puttana di Rocco, che era sparito e che gli altri avevano detto che non c’era nessun Rocco con loro, e per il delinquente, che invece dissero che lo portavano dritto in gattabuia.

 In questura trovarono il fumo addosso a Sgàiso, e scrissero nel verbale che “trattasi di regolamento di conti tra spacciatori”. Per cui incominciarono un interrogatorio serio. E infatti quando gli chiesero daccapo nome e cognome e lui daccapo con  “mi chiamano Sgaiso..” quelli mica fecero come i suoi colleghi in strada che gli avevano fatto la cortesia di ripetergli la domanda, no, qui no, giù un cazzottone sulla nuca e via con di nuovo nome e cognome. Verso la fine del torchio che come al solito non si era venuti a capo di niente, liberarono a Peppino e a quell’altro, che se ne andarono senza neppure salutarlo, e subito dopo arrivò l’autista del cellulare a dire che col famoso delinquente di prima non erano ancora partiti per il carcere e se quindi magari poteva portare anche questo. L’ispettore rispose che sì, che anzi, dopo medicato quel signore in infermeria, li mettessero in cella insieme, così “potevano fare la pace”. Sgàiso chiese di telefonare a casa, prima di andare. Dissero che no e lo spinsero fuori verso il furgone.

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