Il giorno che muori

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 Non te l’aspettavi, il giorno che muori. Eh no, che non l’avevi mica previsto. Che in effetti, a ben pensarci, il tempo di morire non ce l’avevi mica. Così impegnato/a in tante rotture di palle una dietro l’altra, e adesso zac! ti tocca che devi morire. Ma tu guarda, e tutto rimarrà appeso così… perché chi vuoi che se ne occupi se non tu?

 Ma tu vedi che xaxxo di problema… e non venirmi a dire che non te ne può fregare di meno visto che tanto sei morto/a, perché non è mica questo un bel modo di ragionare. Eh già, tu muori e tutto resta lì, a metà strada, nella migliore delle ipotesi fermo e sospeso, nella peggiore annullato e perso. E non è mica un bel modo di morire, questo.

 Che poi non è mica soltanto questa la faccenda importante, anzi. E vabbè, passi, muoia Sansone con tutti i Filistei e muori pure tu, rassegnamoci. Resta il fatto che… dove. E sì, perché un particolare mica trascurabile del giorno della tua morte è che molto probabilmente stavi correndo di qua e di là in qualche posto del xaxxo dove dovevi andare per forza, arrancando di malavoglia, trattenendo magari la pipì e forse addirittura la cacca pur di sbrigarti e schiodarti di là, per andartene finalmente axxanxulo in pace a non farti più rompere i xoxxioni e invece… muori. Muori in un posto di xerxa dove non ci volevi andare, non ci volevi stare e non ci volevi restare, e muori là, te lo scrivono sulla lapide, morto/a a… il… e a te non te fregava un xaxxo, peggio ancora di dove sei nato/a e non ne parliamo, che ti scrivono quello e quello, come se non fossero già stati abbastanza, tutti gli sciagurati anni di menzione su carte d’identità e passaporto.

 Figuriamoci poi quelli/e che muoiono in viaggio. Noi siamo abituati a pensare alla morte in viaggio come una morte romantica, il risultato, l’effetto, il culmine di una scelta di vita etc etc… ‘sti xaxxi. E se a quello/a lì non gliene fregava niente di quel posto di xerxa dove stava passando in quel momento e muore, che poi chiariamoci, è sempre tutto relativo, posto di xerxa per lui/lei, orgoglio per i nativi di dove quello/a lì è morto, sempre se era famoso/a, e se non lo era xaxxi suoi, neanche quello. E nessuno/a che ti dice mai “vorrei morire qui, vorrei morire là”, ah no, non se ne parla neppure, non ci pensano proprio, e quando arriva l’ora è troppo tardi, avrebbero dovuto essere lungimiranti, invece di ritrovarsi una morte a caso, o a xaxxo se preferite. Ma intanto poi che fai, non vai mai da nessuna parte per paura che lì ci muori, e ragionando di questo passo neanche per mezza giornata ti dovresti muovere, e mica si può, e che fai, aspetti la fine nel tuo posto ideale che nella migliore delle ipotesi è casa tua dove pure abbondantemente ti rompi i xoxxioni di stare? E confessalo, dài… che avresti voluto una morte diversa, diciamo così, un po’ più organizzata. E una vita allora? Perché non organizzare meglio anche quella? Ma mica dipendeva da te, fosse stato per te ti saresti organizzato/a sì, ma ora cosa vuoi fare, è tardi per quella ed è presto per quell’altra, e l’unica precauzione che arrivati a questo punto puoi adottare è quella di starci un po’ attento/a, ma poi ti prendono per matto/a e comunque va a finire che diventa una vita di xerxa peggio di quella che già è. O no? 

 

 

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One thought on “Il giorno che muori

  1. Tu mi preoccupi. Ma quando hai partorito questi lugubri pensieri, in una notte insonne in cui ti aggiravi inquieto per casa, senza sapere cosa fare per mitigarli e l’unica cosa in cui eccellevi era trovare i mobili con lo stinco? Mentre invece i tuoi dormivano tranquilli il sonno dei giusti…
    «Ho già vissuto tutte le morti, tutte le morti voglio ancora morire, morire nell’albero la morte lignea, nella montagna la morte di pietra, nella sabbia morte di terra, morte vegetale nell’erba crepitante dell’estate e la misera, sanguinosa morte degli uomini. Voglio rinascere fiore, voglio rinascere albero ed erba, pesce e cerbiatto, uccello e farfalla. E da ogni forma mi strapperà la nostalgia in alto ai gradini dell’ultimo dolore, fin dentro il dolore umano. (…)» Hermann Hesse

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